Marzo 2016. Mi trovo, con una forte emozione che appanna il mio inglese macchiato da musicali tinte italiane, a sorseggiare un espresso di cui la padrona di casa – non a caso – va particolarmente fiera. Sono senza scarpe, abbandonate subito dopo aver varcato l’ingresso della casa di mattoni rossi di Brooklyn che mi sta ospitando, e i calzini a righe che indosso sembrano ai miei occhi molto più vicini del solito: forse mi sto letteralmente piegando su me stesso, stremato dalla meraviglia degli interni e dalla riverenza che nutro nei confronti di Julie Scelfo, amica e giornalista del The New York Times, oggi autrice del libro The Women Who Made New York.

Julie Scelfo, Photo by Johannes Kroemer © All rights reserved

Julie Scelfo, Photo by Johannes Kroemer © All rights reserved

Conosco Julie da tempo, ormai: le strinsi la mano per la prima volta in un café di Brooklyn nel Novembre del 2004, complice il retaggio di un cognome che suggerisce probabili radici comuni, facendo la conoscenza di quello che sarebbe stato il primo dei suoi tre splendidi figli (o ‘Brooklyn Boys’, come ama chiamarli lei). Era solo una delle ‘prime volte’ che collezionai in quel gelido autunno: il 2004 infatti, segnò il mio esordio in America, inteso come continente, e negli Stati Uniti d’America, in particolare. Ricordo indistintamente la sensazione che provai una volta emerso dai cunicoli della metropolitana in Times Square – 42 Street, completamente abbagliato dalle luci e confuso dalle moltitudini che – quella volta più di altre – non solo contenevo, ma vedevo circolare intorno a me ad una velocità molto superiore a quella cui ero abituato, quasi come se non fossi mai del tutto sceso da quei vagoni argentati che mi avevano trasportato fin lì. Ma questa è un’altra storia. Tornando al presente, mentre sorseggio il caffè cercando di non collezionare gaffe troppo evidenti, accetto con piacere che Julie mi offra un bicchier d’acqua – San Pellegrino, of course –, e deglutendo qualsiasi groppo di trepidazione mi si fosse formato in gola, torno rapidamente in me sorridendo e sentendomi finalmente del tutto a mio agio, grazie anche all’espressione naturalmente rassicurante di chi ho di fronte. Sono qui in visita di piacere, e conosco già il progetto del libro The Women Who Made New York a cui sta lavorando: un libro tutto suo, il primo, sulle donne che hanno reso possibile rendere New York City un posto così magico. “Qualsiasi storia di New York è piena di riferimenti maschili, dai leader politici agli attivisti, dagli operai agli artisti, e molto raramente si parla di quanto invece siano state fondamentali le donne nel fare di questa città quello che rappresenta oggi” mi dice con grande serietà. Annuisco, prendendo un altro sorso di coraggio liquido e chiedo: “Devi aver condotto un lavoro di ricerca immenso per reperirne le storie…” e Julie, scuotendo la testa e lasciandosi scappare un sospiro, aggiunge: “Estenuante! Ma per fortuna ho trovato persone speciali che hanno reso possibile questo compito.”

Miss New York, Niccolò Scelfo © All rights reserved

Miss New York, Niccolò Scelfo © All rights reserved

Se penso a New York (che ho fotografato QUI) la prima cosa che immagino è questa: singoli individui che vi approdano con grandi sogni, grandi ambizioni, progetti per il futuro. Un tempo, questo, dove incidere il proprio nome come si farebbe sulla corteccia di un gigantesco albero, curato ogni giorno dalle mani di tutti i suoi abitanti, quelli arrivati prima, quelli appena ‘sbarcati’ e, forse, anche da quelli che ancora non ci sono, ma che già covano in un angolo segreto ed inaccessibile del loro cuore, la voglia di mettersi in gioco nella ‘Grande Mela’. Mille mani colorate, di mille sfumature diverse, che generano milioni di impronte digitali uniche: quasi dei disegni che, con i loro percorsi tortuosi e inediti corrono paralleli per poi divergere, o si incrociano per poi unirsi tra le strade e i marciapiedi di un luogo capace, fin dal primo istante, di generare in chiunque una sensazione di familiarità. E queste mani, nella mia testa, sono destinate in un modo o nell’altro a stringersi, per offrire aiuto o infondere coraggio, per spronare o per dare conforto. Forse perché sono tutte mani di persone che hanno avuto l’immenso coraggio di ripartire da zero. Persone che hanno ceduto all’impulso frenetico dettato dall’irruenza dei loro sogni, lasciandosi trascinare in una nuova vita fatta di volti sconosciuti, vicoli da scoprire, sensazioni da sperimentare con la faccia di uno straniero che crede: in sé stesso, negli altri, in un destino o fato o Dio che dir si voglia. In un progresso. Gente che lavora, gente che crea, gente che si aiuta, gente che crede e che cresce. Gente che evolve.

Julie mi mostra con orgoglio alcune bozze, per lo più quella fondamentale della copertina: riporta l’illustrazione di una Statua della Libertà tatuata, con una velatura di rosso sulle labbra, un neo da diva poco sopra e la scritta ‘Aurea Civitas’ su quella che, in origine, sarebbe una tavola riportante la data della Dichiarazione di Indipendenza Americana (July IV MDCCLXXVI). Il disegno è opera di Hallie Heald, artista e stylist il cui lavoro è apparso su riviste di indiscusso valore come Darling, Galore, Vogue India e sul cui gusto hanno fatto affidamento clienti come Macy’s, Victoria’s Secret, DKNY ed Helmut Lang. Julie mi spiega che Hallie ha realizzato dei ritratti fantastici di alcune delle protagoniste del libro che, affiancati a importanti citazioni delle stesse, accompagneranno le loro storie. Questi racconti sono oro che cola dalla penna dell’autrice, che ha deciso di scavare a fondo, e a mani nude, in un’oscura miniera di fatti ed accadimenti che un’umanità sempre più incline a costruire muri per dividere anziché ponti per avvicinare, avrebbe oggi bisogno di leggere e analizzare nelle scuole come antidoto alla disparità di genere, al sessismo e al razzismo – vere prigioni mentali del XXI secolo.

Hallie Heald for The Women Who Made New York © All rights reserved

Hallie Heald for The Women Who Made New York © All rights reserved

Oggi possiedo 4 copie del libro The Woman Who Made New York. Una per ogni volta che ho incontrato Julie nel corso di questi 12 anni. Sfogliando l’indice delle donne citate tra le pagine di questo piccolo ‘codice di resilienza’, trovo quelle che dovrebbero essere riconosciute universalmente come le vere influencer della nostra era. Alcune, le conoscevo già: da Emma Lazarus, autrice del sonetto ‘The New Colossus’, iscritto sul piedistallo della già citata Statua della Libertà, a Gertrude Vanderbilt Whitney, celebre – ma non ancora abbastanza – per aver fondato uno dei più intensi e interessanti musei di New York City, il Whitney Museum of American Art. O Eleanor Roosevelt, diventata sì famosa per esser stata la First Lady del Presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1933, ma – come si scoprirà leggendo tra le pagine del libro – madrina della prima bozza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948. O ancora, Mae West, Anna Wintour, Berenice Abbott, Ella Fitzgerald, Iris Apfel – il cui ritratto in questo libro è forse il mio preferito -, Martha Graham, Diane Arbus, Patti Smith, Laurie Anderson e Grace Jones. Ma è soprattutto sulle altre, le ‘sconosciute’, che adoro soffermarmi leggendo e rileggendo le loro battaglie e conquiste in termini di diritti fondamentali: ci sono infatti storie di attivismo, di resistenza, di innovazione, di rottura e perfino di tagliente anarchia. E tutte queste storie non hanno in fondo un tema centrale, ricorrente, potentissimo come l’amore? Per un individuo, per un ideale, per un progetto o per l’intera nazione. Per l’umanità.

Iris Apfel by Hallie Heald © All rights reserved

Iris Apfel by Hallie Heald © All rights reserved

Si ama solo rischiando, e queste eroine moderne lo hanno fatto a modo loro, togliendosi il bavaglio, varcando limiti che sembravano invalicabili, rischiando la vita, dimostrando che il cuore porta sangue al cervello indipendentemente dal fatto che tu sia un uomo o una donna, che la tua pelle sia colorata in un modo o nell’altro, quali che siano le tue preferenze sessuali, i tuoi orientamenti religiosi e le sfumature del tuo carattere. E che, se questo sangue ribolle scaldato dal fuoco sacro della democrazia, non ci sarà idea, opera o sogno che tu non riesca a realizzare nella vita, cambiando radicalmente il mondo e lasciando, poco alla volta, un’impronta indelebile del tuo passaggio.

Hallie Heald for The Women Who Made New York © All rights reserved

Hallie Heald for The Women Who Made New York © All rights reserved

Per scoprire queste storie, non dovrai far altro che assicurarti una copia di The Women Who Made New York [lo puoi fare QUI] e visitando il sito juliescelfo.com, uno spazio creato dalla giornalista e scrittrice per restare aggiornati e, perché no, provare a completare insieme un lavoro impossibile da racchiudere nelle 340 pagine del libro (edito da Seal Press e sul quale hanno speso parole ben più illustri delle mie personaggi del calibro di David Byrne, Teresa Carpenter, Zac Posen e Valerie Paley, tra gli altri), confrontandosi su quello che le nonne, madri e sorelle di New York hanno fatto per garantirci la possibilità di vivere, visitare o sognare il centro nevralgico del mondo.