Stagione delle piogge, Maebashi. Vago tra le strade umide di quello che pensavo fosse solo un paesino nella prefettura di Gunma.

Ogni giorno un nuovo ombrello – troppo piccolo o troppo grande per quello che devo farci -, ogni giorno una nuova strada da percorrere esplorando, senza una mappa e senza un punto di riferimento preciso, per la pura gioia di dare libero sfogo alla mia curiosità.

Estrema, a quanto pare. Infinita, se mi ha portato all’altro capo del mondo in cerca di quello che Vladimir Nabokov chiamava “Nostalgia in Reverse”.

La prima idea quando ci si vuole perdere prima ancora di essersi persi, è quella di salire sul punto più alto del luogo dove ci si trova: cosa che puntualmente ho fatto facendomi trasportare da uno dei numerosi ascensori del Palazzo della Prefettura.
Di fatto, un palazzo tutt’altro che degno di nota ma anche il primo verso il quale tutti i locali ti puntano il dito se chiedi un’informazione al limite del turistico.
La prima immagine è quella di uno spazio generico, una porzione di panorama da cui non si può capire assolutamente nulla, ma da cui si può interpretare tutto.
Gunma è una sorta di periferia che galleggia tra le montagne e le megalopoli, è uno snodo tutt’altro che cruciale che non vanta produzioni tecnologiche importanti, non ospita aziende multinazionali del settore automotive, non conquista per i suoi monumenti ricchi di storia. Si potrebbe benissimo lasciarsi scappare che a Gunma non c’è assolutamente niente.
Ma non è così, non è mai così.
Tutto e niente si fondono tra il cemento e le piante: viali alberati lasciano spazio a colate di grigio strisciate in spazi contigui, casermoni monocromatici proiettano le loro ombre su templi e cimiteri dalla difficile lettura e ciminiere inquietanti svettano al pari di antenne radiofoniche o televisive talmente in alto da diventare il simbolo di un’intera città.
Scatto la foto a occhi chiusi, e catturo una frazione di realtà. Fumo che esala da un cortile, silenzio che trapela da una risaia dove alcuni anziani stanno misurando l’allineamento delle piante, foschia all’orizzonte e pioggia incessante dall’alto.
Le macchine sono piuttosto silenziose, se non sono elettriche sono ibride fatta eccezione per qualche mezzo in possesso di giovani devoti al tuning.
Di tanto in tanto, un furgone passa con degli altoparlanti a blaterare avvisi pubblicitari, interrompendo per un attimo la monotonia che sembra pervadere ogni anfratto di questo luogo.
Potrebbe essere questo il primo impatto con Gunma, se non fosse che quelle strade, quelle vie che sembrano nodi di capelli che vengono al pettine, vanno via via stringendosi, si raggomitolano tenacemente per nascondere quanto di più intimo, torbido, segreto, unico ci possa essere anche qui, nel centro del Kantō: la vita.
Come organi pulsanti si incastrano gli uni negli altri spazi e realtà differenti, in continuo contrasto e in perpetua contraddizione. Campi da gioco colorati per bambini, tutti dotati di porte da calcio, corsie per scatti fulminei ricavate da tubi di plastica sporgenti dal terreno, bersagli per il tiro con l’arco, anelli da ginnastica, canestri da basket che campeggiano sul terreno fangoso e quelle dannatamente romantiche, immancabili, arrugginite altalene.
Mi insinuo ancora oltre, ancora più in basso forse, e scopro vicoli dominati da quella che alcuni chiamano “mala”: girl’s bar con porte rigorosamente chiuse da cui escono poco volentieri, quasi come vampiri infastiditi dalla luce, squillo filippine in cerca di una boccata di tabacco e catrame, angoli bui dove uomini in Yukata si sventagliano ferocemente osservando placidi la situazione, mentre galoppini dai capelli tinti di biondo sporco si prodigano nel portargli ottimi drink o pessime notizie, business men in giacca e cravatta, camicia appena tirata fuori da una busta di cellophane comprata per pochi spiccioli al supermercato dal nome Italiano di un genere musicale démodé, si affaticano nel cercare di sembrare rilassati, mandando occhiate e sghignazzando dietro a denti poco in linea coi loro pensieri, passanti che brandiscono ombrelli come se fossero bastoni, vestiti delle sole mutande abbinate a calzini dal ricordo candido accompagnati dalle tipiche ciabatte consunte. Vecchie signore si complimentano, da quel che riesco a intuire, del risultato del loro giardinaggio, sorridendo rumorosamente prima di portare le loro gambe stanche davanti ad alcune pietre e statue punteggiate da Kanji imperscrutabili, baluardi del ricordo in giardini dove crescono solo monumenti funebri tra i quali noto subito alcune statue adornate da cappelli e bavagli rossi e bianchi: sono lì a ricordare momenti ed anime di cui nessuno si metterà a parlare, dipartite prenatali indotte da monaci devoti alla causa e pronti a capitalizzare per il bene comune. Mi infilo in anfratti dove sono costretto a chiudere l’ombrello per proseguire, passo sotto a tralicci che sorreggono cavi spesso scoperti, passo radente vicino a mura divorate dall’umidità, con piccole piante e simpatici funghi che le riparano dal fresco clima di stagione. Passo accanto a case che occupano interi quartieri, piccole baracche di legno e lamiera, parcheggi verticali che ricordano le mie costruzioni con il Lego di quando ero bambino, negozi senza vetrine, tendine di tessuto colorate, pozze, righe di vernice verdi per aiutare i pedoni a tenere il lato giusto della strada, passaggi a livello, fiumi che sembrano fin troppo impetuosi e gatti randagi sdraiati su caldi cofani silenti.
In tutto questo, non ci sono suoni, non ci sono odori troppo pungenti, non ci sono rumori fragorosi né luci troppo potenti: è tutto grigio, medio, basico. E’ tutto calmo, o presunto tale.
E in tutto questo, la meraviglia di giovanissimi bambini che si tengono per mano, camminando da soli per la strada con i loro zaini – nero per i maschi, rosso per le femmine -, alla ricerca dei loro amici nascosti dietro un palo della luce, dietro una fermata dell’autobus, dietro alla fugacità di un attimo che per loro potrebbe essere eterno se tutto questo vuol dire libertà, divertimento e complicità.
Non smette di piovere, ma a loro non importa.

Kanto

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Maebashi

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Gunma

Gunma Maebashi

Maebashi Gunma Kanto Japan

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