Islanda e Italia sono in corsa per una statuetta agli Academy Awards Oscar 2015.

L’Oscar per il Miglior film straniero potrebbe andare in casa di uno di questi Paesi, e stavolta ne saremmo felici.

Perché “stavolta”? Semplice: l’assegnazione della passata stagione ci ha lasciato alquanto perplessi, pur rappresentando un bel momento per il Belpaese. Avremmo ben preferito una incoronazione meno politica e più basata sulla qualità e sul sentimento, sulla sceneggiatura e sul calore di Alabama Monroe (“The Broken Circle Breakdown” di Felix Van Groeningen), il film belga completamente snobbato dalla giuria dell’Academy – soprattutto per la spudorata accusa rivolta alla Chiesa e al sistema sociale americano che potete osservare in questo monologo. Si sa, non sempre è il miglior film a vincere (Stanley Kubrik non ha mai vinto un Oscar, lo sapevate?), e il “peso” dell’Italia in un momento in cui il Made in Italy (soprattutto in America) è fortunatamente tornato alla ribalta, era nettamente superiore e, quando si tratta di business, si viene facilmente a compromessi. Quest’anno però, il film che l’Italia ha candidato merita davvero moltissimo. E anche l’Islanda potrebbe rappresentare un’outsider da tenere d’occhio.

Oscar 2015

IL CAPITALE UMANO (Italia)

“Il Capitale Umano” di Paolo Virzì, distribuito da 01 Distribution è un lungometraggio ispirato al romanzo di Stephen Amidon ambientato in una “Brianza velenosa”: lo potremmo definire uno specchio deformante sulla società italiana pronto a riflettere l’immagine più assurda e malsana di una generazione completamente schiava del denaro, a confronto con zone d’ombra che investono i figli il cui futuro diventa improvvisamente un problema concreto nel presente dal momento in cui i genitori hanno <<scommesso sulla rovina di questo Paese>>, e hanno vinto.

La sceneggiatura di Virzì (ironica, tagliente, a tratti macabra e dura come un diamante), le interpretazioni del ricco cast composto da attori del calibro di Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino e una strabiliante Matilde Gioli al suo esordio cinematografico, hanno il potere di annodare i pensieri dello spettatore – così come le sue ansie, le sue paure e le sue speranze – all’intricata storia vissuta progressivamente attraverso gli occhi dei singoli individui coinvolti. Una sorta di cappio che si stringe sempre più intorno alla gola di chi osserva, impotente e – per lunghi tratti – inconsapevole davanti a quello che sta per succedere, tanto da arrivare alle lacrime in un crescendo di coinvolgimento e assuefazione, trasporto e immedesimazione capace di farti quasi sentire l’odore del sangue, il brivido in un abbraccio, il calore di uno sguardo.

 


Il Capitale Umano ha già ottenuto moltissimi riconoscimenti, tra cui 7 David di Donatello (Miglior film, Migliore sceneggiatura, Migliore attrice protagonista per Valeria Bruni Tedeschi, Migliore attrice non protagonista per Valeria Golino, Migliore attore non protagonista per Fabrizio Gifuni, Miglior montaggio, Migliore sonoro), 7 Nastri d’argento (Regista del miglior film, Miglior attore protagonista condiviso tra Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni, Miglior sceneggiatura, Miglior scenografia, Miglior montaggio, Miglior sonoro in presa diretta, Premio Guglielmo Biraghi per Matilde Gioli), 1 Globo d’oro (Miglior film), 4 Ciak d’oro (Miglior regista, Migliore attrice protagonista per Valeria Bruni Tedeschi, Migliore sceneggiatura, Miglior montaggio), 5 Premi Bif&st (Regista del miglior film Paolo Virzì, Miglior sceneggiatura per Francesco Bruni, Francesco Piccolo e Paolo Virzì, Migliore attore protagonista per Fabrizio Gifuni, Migliore attrice non protagonista per Matilde Gioli, Miglior montaggio) ed è l’unico film italiano al Tribeca Film Festival 2014 dove Valeria Bruni Tedeschi è stata premiata come Migliore attrice. Questa incetta di premi internazionali dovrebbe già dirla lunga su quanto critica e pubblico siano in gran parte favorevoli ad una storia come questa, raccontata con maestria e interpretata con grandissimo talento. Tifiamo sicuramente per questa produzione e speriamo nell’Oscar 2015 per rilanciare il cinema italiano di (vera) qualità.

Da sempre qui su Reykjavik Boulevard vogliamo concentrarci sui talenti emergenti, e in questo caso è dirompente il debutto di Matilde Gioli. Merita senz’altro una piccola introduzione.

24 anni da Milano, riconosciuta come Attrice rivelazione dell’anno in Italia ma anche come nuovo sex symbol, Matilde è un’esordiente in tutto e per tutto. Non aveva mai pensato alla carriera cinematografica fino al provino per Il Capitale Umano, si era piuttosto dedicata all’Università di Filosofia ed al Nuoto Sincronizzato. Adesso si interessa di Neuroscienze tra un provino e l’altro, ha deciso di dedicarsi allo studio della recitazione ma sempre mantenendo le sue priorità formative. E’ fidanzata, ha posato per alcuni scatti divenendo il volto perfetto per alcuni brand italiani e ha trovato subito una parte nella serie televisiva Gomorra. C’è poco da aggiungere (tranne forse il fatto che dà tutta l’aria di sapere il fatto suo, di avere la testa sulle spalle e di agire con una spontaneità tale da renderla quasi misteriosa): sembra un diamante molto luminoso, e probabilmente la sua bellezza è legata a doppio filo con la sua trasparenza.


CHILDREN OF NATURE (Islanda)

Come dicevamo però, anche l’Islanda quest’anno è in lizza per l’ambita statuetta.

L’unico precedente per il Paese Scandinavo risale addirittura al 1992.

Il film Children of Nature (Börn náttúrunnar) di Friðrik Þór Friðriksson, quell’anno non trionfò, lasciando tutti gli onori proprio ad un film italiano, il favoloso “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores (che ha ispirato questo post che vi invitiamo a leggere).

Il film candidato quest’anno agli Oscar 2015 si intitola Life in a Fishbowl (Vonarstræti) diretto da Baldvin Zophoníasson.

Girato in gran parte a Reykjavik con un budget di quasi tre milioni di dollari, è un dramma interpretato tra gli altri da Hera Hilmar, Thor Kristjansson, Ingvar Þórðarson.

Là dove “Il Capitale Umano” eccelle a livello di sceneggiatura, “Life in a Fishbowl” tende invece ad essere colpevolmente più debole – in alcuni punti quasi scontato – ma l’interpretazione degli attori protagonisti e le melanconiche location islandesi che ben conosciamo, rendono l’intera proiezione del tutto credibile.

 


L’intreccio narrativo vede la protagonista Eik (Hera Hilmar), una giovane ragazza madre – come di frequente se ne trovano a Reykjavik – imboccare la strada della prostituzione per far fronte ai propri debiti. Mori (Þorsteinn Bachmann) è invece uno scrittore di successo con molti scheletri nell’armadio che lo costringono all’alcolismo. Solvi (Thor Kristjansson) è infine un ex atleta che si trova a fronteggiare le difficoltà di dover lavorare per la prima volta in un settore finanziario al collasso. I tre incroceranno le loro strade dal momento in cui Solvi riceverà come incarico quello di convincere Mori, nel frattempo diventato molto amico di Eik, a vendere la sua casa alla banca.

Zophoníasson dirige queste tre figure come un pittore che muove il suo pennello sulla tela, andando a rappresentare un quadro perfetto della situazione socio-politica islandese degli anni duemila, tra difficoltà personali, fallimenti e incapacità di superare certi drammi del passato.

Il regista Baldvin Z ci tiene a precisare il suo amore per registi come Alejandro González Inárritu (“Babel e “21 Grammi”), Paul Thomas Anderson (Magnolia) e Paul Haggis (“Crash”) e non nega di essersi ispirato alla loro struttura narrativa per realizzare questo suo secondo lungometraggio. Si considera un regista “amatoriale” e ritiene che l’essere un professionista, sebbene sia qualcosa a cui aspirare, avrebbe sicuramente tolto qualcosa alla spontaneità con cui ha girato Life in a Fishbowl e il precedente “Jitters” del 2010.

Due film diversi, ma strutturalmente simili, che pongono grande enfasi sulle prove emozionanti degli attori coinvolti.

Due storie lontanissime, ma che ruotano entrambe intorno ad un mondo malato e perverso che vede nel denaro la sua unica cura e, irrimediabilmente, la sua unica forma virale di autodistruzione.

Due film per una cinquina di pellicole internazionali pronte a farsi investire da una marea di critiche ed elogi, analisi e applausi: quale sarà il vincitore di questi Oscar 2015?