Malika Ayane è sorprendente. E ti porta alla sorpresa in un modo che ti resta dentro, che tu lo voglia o meno.

Immaginate la vista di una statua, fate questo piccolo gioco con me: siete nel vostro paese, ci passate davanti spesso, sapete che è lì. La vedete, ne apprezzate le caratteristiche, magari qualche volta ne parlate con qualche amico in visita o fate un commento con un riferimento diretto a quella scultura, e proseguite per la vostra strada. Adesso, provate ad immaginare una situazione diversa: pensate ai passeggeri di una barca – facciamo un transatlantico partito dall’Europa per solcare l’Atlantico diretto verso una nuova vita, o la speranza di qualcosa del genere – stipati e infreddoliti, affamati, carichi di sogni e preghiere. Fate uno sforzo in più e immaginate la loro sensazione nel vedere una statua, spuntare all’orizzonte come una Madonna messa lì a dar loro il benvenuto tra le sue braccia: un’epifania, totale.

Malika Ayane per me è stata entrambe quelle statue, o qualcosa di simile. Per anni ho sentito la sua musica in maniera “passiva”: usciva dagli altoparlanti della radio o della TV, e riconoscendone i meriti tecnici, tiravo dritto senza soffermarmi realmente su quello che avevo davanti. Poi, d’improvviso, un giorno ho avuto l’occasione di essere nella stessa stanza con lei – e decine di altre persone – durante la presentazione del suo ultimo album Naif all’interno del punto vendita RED Feltrinelli di Firenze, e sapete cosa? La sorpresa: totale, subitanea, intensa. Fino a quel giorno, avevo visto le immagini di Malika Ayane e avevo creato nella mia testa un personaggio; da quel momento in poi, avendone incrociato lo sguardo per alcuni attimi, ho avuto un indizio sulla persona. E da quell’istante esatto la sua musica, la sua voce, il suo modo di ridere e parlare, di scrivere e comporre, la sua quasi ingenua purezza, dolce, ironica e romantica, mi ha rivelato qualcosa di più di una donna, madre, musicista, artista, viaggiatrice e molto altro ancora che fino ad allora restava oltre la linea dell’orizzonte.

Malika Ayane • Ph. Niccolo' Scelfo

 

Ho avuto subito l’impressione che il “Mondo di Malika” fosse qualcosa di ben più vasto di quello in cui siamo abituati a vederla – o meglio, ascoltarla – e mi sono messo a guardare con più attenzione i suoi video musicali, a leggere ed ascoltare i suoi testi, ad apprezzarne il look e il modo di rispondere alle domande – non solo dell’intervista che state per leggere – capendo che dietro quello sguardo, dietro quel modo di muovere le mani catalizzando l’attenzione del pubblico mentre si impegna in una danza tutta sua con il microfono, ci sono milioni di piccole sfaccettature luminose che la rendono un diamante nel panorama musicale Italiano: un prezioso che con una mano vorresti esibire al mondo intero per sentirti invidiato, orgoglioso, mentre con l’altra vorresti celarlo dagli occhi indiscreti, per paura che qualcuno te lo possa rubare.

Per fortuna Malika Ayane con la sua musica è e resterà sempre lì, in bilico sul palmo delle nostre mani aperte verso una meta ignota, una destinazione chiamata Bellezza, e nessuno ce la potrà far più “dare per scontata”, a patto che il nostro cuore sia ancora predisposto alla sorpresa.

Che il viaggio abbia inizio, con le note giuste:

Abbiamo avuto modo di apprezzare i tuoi ultimi video – Adesso e qui (nostalgico presente) e Senza Fare sul Serio – e ci pare chiaro che, adesso come in passato, investi molto su questo aspetto della tua musica: sono video molto intensi, con grandi team che lavorano per renderli così ricchi di dettagli preziosi e riferimenti al cinema e alla fotografia (ci viene in mente “La ragazza sul ponte” per il primo video estratto dal nuovo lavoro Naif, ma andando indietro ricordiamo anche l’omaggio a Tim Walker in Il tempo inganna): Qual è l’influenza del cinema e della fotografia nella tua produzione musicale? Ci sono alcuni riferimenti particolari nei tuoi dischi di cui ti ricordi e ci vuoi parlare?

Il binomio immagine-musica é per me imprescindibile. Se ci pensiamo già il cinema muto, muto non lo era per niente.

Difficilmente riesco ad immaginare un momento della vita in cui a un suono non corrisponda una musica e viceversa. La fortuna di lavorare in questo momento storico é quella di potersi far ispirare attingere al lavoro di grandi artisti per poi andare a rielaborare il tutto basandosi sulla propria esperienza quotidiana. 

‘Niente’, ad esempio, trae in qualche modo origine dall’ultima scena di ‘Sunset Boulevard’ contando però sul fatto che un’inquietudine simile esista nella memoria di ognuno di noi.

Hai viaggiato tra Milano, Parigi, Berlino e altri luoghi per la realizzazione di Naif: ci sono dei luoghi in particolare o dei momenti passati in queste città di cui ci puoi raccontare qualcosa, piccoli aneddoti o ricordi che hanno reso possibile la nascita di questa nuova perla?

Milano é la mia città. L’ho quasi divelta a forza di cercare storie sotto ogni tappeto. Ci sono tavolini strategici sui miei Navigli da cui si possono vedere storie che sembrano succedere da nessun altro luogo al mondo. 

Ogni volta che vado a Parigi mi sembra di entrare nella pagina di un libro Pop up. Mi sembra che fino ad un attimo prima quella città non esista, che compaia non appena qualcuno abbia un sogno da realizzarci. Ed ecco me, sulla metropolitana, che spio facce sconosciute cercando nelle loro facce le parole che mancano alle mie canzoni.

Berlino é invece il posto al mondo in cui più sento di ESSERE. Ogni angolo mi fa sentire come in un grande salotto. Penso alle giornate che iniziano pigre, la zuppa di pomodoro da Keyser Soze e lo sguardo sui binari della S-Bahn dal Jazzanova Recording Studio.

Ascoltando i tuoi brani con attenzione e osservandoti nelle tue apparizioni ci pare chiaro che ti dedichi molto alla ricerca: qual è il tuo processo creativo e come arrivi a trovare i sound che caratterizzano le tue opere o i look che ti contraddistinguono rendendoti in qualche modo un riferimento per critica e pubblico?

Credo che tutto parta dal saper cogliere il cambiamento di corrente. Viaggiare molto permette di intuire meglio e prima degli altri quale sarà la prossima ‘next big thing’.

Dopodiché, cerco di capire quale flusso della corrente é più vicino al mio modo di essere e inizio a cercare materiale il più vicino possibile a quello che voglio fare. Infine, formo una squadra di specialisti in materia per ottenere una mia personale versione di quello che tanto mi ha interessata.

Voglio dire: tra l’Autunno 2013 e la Primavera 2015, tra Tokyo e New York ho notato che in taxi, barber shop e negozi, suonavano vecchi brani accomunati dal fatto di essere musica da dance floor nel senso più arcaico e sanguigno del termine. Mi sono chiesta se questo mondo fosse già stato rivisitato diventando l’incubo di venditori di dischi tra Londra e Berlino. Una volta constatato che al momento l’ultimo lavoro del genere risale al primo ‘Café del mar’ ho capito che era la strada giusta da seguire. Ho cercato i Jazzanova, maestri di contaminazione ed ecco Naif.

Se dovessi scegliere un personaggio (del presente o del passato) con cui duettare per ciascun brano del nuovo album, quali sceglieresti e perché? Quali sono gli artisti che hanno significato di più per te nella tua formazione?

Naif é indubbiamente un disco da Rat Pack per l’atmosfera giocosa dell’album. Poi, adorerei Serge Gainsbourg. Il suo Couleur Café é il disco che avrei voluto saper fare. Ovvio che l’orchestra, in cui suonano i Prodigy, la dirige Duke Ellington.

Pensi che sia più difficile per una donna affermarsi nel mondo del lavoro, in particolar modo nel campo musicale? E, in generale, qual è la situazione del settore vista dall’interno?

Penso che per una donna, in generale, l’Italia sia ancora un posto difficile. Possiamo, sulla carta fare quello che vogliamo e lo facciamo solo che ancora bisogna confrontarsi con pregiudizi e mancanza di strutture di supporto alle famiglie. Detto ciò, siamo in un momento di passaggio e ho molta fiducia nell’incerto futuro che ci aspetta.

Esiste un forum molto attivo con cui sei in contatto e che ti riguarda: qual è il tuo rapporto con i fan e come gestisci attraverso i social o personalmente le distanze con la tua fan base?

Sono una ragazza molto fortunata. I ragazzi che mi seguono dall’inizio sono il campione perfetto delle persone per bene. Alcuni di loro hanno il mio numero privato ma sanno rispettare i miei spazi come nemmeno mia madre é in grado di fare. Questi ragazzi fanno da tramite tra me e ‘i nuovi arrivati’. Mi piace pensare che ognuno di noi abbia uno scopo diverso nella vita e che si cresca insieme. Io ho solo la fortuna di scrivere parte delle loro colonne sonore.

Malika Ayane • Ph. Niccolo' Scelfo

Ti dedichi spesso ad attività collaterali al mondo della musica “cantata e suonata”: collabori in radio, scrivi per alcune riviste (a proposito, hai ricevuto una copia della nostra Creative Guide for Curious People, che ne pensi?), sei spesso ospite in TV, recentemente hai partecipato ad un TEDx a Pisa e non ultimo sei stata inviata speciale Radio1 RAI al Primavera Sound Festival di Barcellona. Come riesci a trovare il tempo per tutto e quanto è importante per te dedicarti anche ad altro? Ci sono attività della tua vita comune lontana dai riflettori alle quali non rinunceresti mai?

Premettendo che Reykjavik Boulevard é, come direbbe la Kennedy, una figata pazzesca per contenuti, grafica e formato, penso che diversificare i punti di attenzione sia fondamentale per mantenere lucidità, senso critico e lucidità.

La Radio é il lavoro che farei se dovessi decidere di cambiare strada: un mezzo straordinario, antico e ancora all’avanguardia. Poi ci sono i pranzi del Giovedì con le mie amiche.

Il tuo #NAIFtour2015 ti porterà in giro per tutta l’Italia: ci sono date particolari che ricordi o che non vedi l’ora di affrontare? Sappiamo di una data a Lugano (3 Dicembre): prevedi di muoverti di più verso il mercato internazionale?

Io starei in tour tutta la vita. Credo tra l’altro che sia un buon momento per esportare l’italianità, all’estero aspettano qualcosa di nuovo. Dopo la pasta e la moda potrebbe essere il momento di Malika.

E noi ce lo auguriamo davvero.