In vista della sua personale, organizzata presso il Leica Store di Firenze, ho avuto il piacere di intervistare Giorgio Galimberti.

Il fotografo, figlio d’arte del celebre Maurizio Galimberti, ha idee molto chiare sul percorso fotografico che vuole seguire, e non si tira indietro quando si tratta di spiegarne le ragioni.

La sua fotografia, un bianco e nero estremo, quasi grafico in certi suoi slanci geometrici tra luci e ombre molto nette, non lascia indifferenti. Dopotutto è lui stesso a definire la fotografia ‘una religione’: o ci credi oppure no. Noi ci crediamo, molto: scopriamo qualcosa di più dall’autore della serie ‘Q’, scattata con l’omonima Leica, in mostra dal 4 Novembre al 3 Dicembre 2016.

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Qual è il tuo rapporto con il mezzo fotografico? Che tipo di attrezzatura prediligi e come ti comporti durante la realizzazione dei tuoi lavori di street photography?

Il mio rapporto con il mezzo fotografico: non l’ho mai ritenuto importante per la mia fotografia, in quanto sono convinto che la macchina fotografica sia solo un mezzo per immortalare ciò che il mio occhio vede. Sono convinto che la fotografia che scattiamo arrivi dalle emozioni e da quello che si cerca… Anzi a volte è un’intrusa che mi rende più difficile quello che sto facendo. Il mio rapporto con la gente mentre scatto è praticamente inesistente, in quanto non chiedo mai e cerco di usare un pochino di furbizia, cercando di far credere che stia inquadrando altrove. Ma a volte osservo molto i soggetti e mi piace immaginare chi sono e che cosa fanno in quel posto in quell’istante.

Il bianco e nero è stato scelto da molti fotografi come forma di espressione prediletta, in cosa ritieni che la tua scelta di discosti e sia capace di distinguersi da quelle degli altri? 

Trovo che il bianco e nero sia molto elegante. Le mie immagini le ho quasi sempre preferite a due colori. La foto la immagino nella composizione e nel contenuto mentre scatto, la scelta dei toni la decido in post produzione. Quello che cerco e ho sempre cercato è di crearmi una mia propria visione e rendere le mie fotografie il più possibile riconducibili a me. Mi ispiro a molti maestri della fotografia da Rodcenko a Giacomelli perché sono convinto che al giorno d’oggi sia importante fare delle buone fotografie, ma credo che inventare qualcosa di nuovo sia impossibile, perché ad oggi in fotografia è già stato fatto tutto. Chi crede di rivoluzionare con nuove scoperte la fotografia per me ha poca strada, perché se nessuno ci ha pensato prima vuol dire che non è la strada giusta. Il mio focus è quello di creare immagini con una propria dignità e di buon contenuto, ma non mi interessa differenziarmi, guardo il mio…

L’ombra, sia quella di un soggetto che si erge dalla tua composizione fotografica, sia quella di un elemento architettonico che si trasforma in visione grafica, rappresenta un elemento fondante del tuo lavoro: quando e perché hai deciso di focalizzarti su questo e in che modo scegli luce, inquadratura e tempo di scatto più appropriati?

Le ombre nella mia fotografia molto spesso sono presenti, le ho sempre trovate molto eleganti, mi piace il loro silenzio, le loro linee, queste forme sempre diverse che solo la luce decide come scrivere…  Cerco sempre di scattare con luce bassa, quindi quando il sole nasce o tramonta, diciamo che le mie migliori fotografie le ho fatte quando l’ombra è il doppio della lunghezza del soggetto. Per i tempi li lascio decidere all’esposimetro della macchina, in quanto uso solo i diaframmi.

Tracce urbane‘, ‘Forme di spazio‘ e ‘Q‘: da dove trai ispirazione per le tue serie e come le descriveresti se dovessi parlare del tuo lavoro ad una persona che non abbia la possibilità di vederlo coi suoi occhi?

Tracce urbane è stato uno dei miei primi progetti. Ho iniziato che forse non sapevo neanche bene quello che stavo facendo, ma girovagando per la nuova Milano – questa città che in poco tempo è cambiata lasciando spazio a una piccola New York – mi sono subito innamorato delle sue geometrie, delle ombre che si creavano su questi nuovi edifici, mi sono molto ispirato al pensiero del Bauhaus, al design, cercando di fare una fotografia contemporanea basata su un bianco e nero esasperato, a volte fuori dagli schemi, a tratti riconducibili alla street photography. Ma comunque sempre restando una fotografia di ricerca di stile personale. A tratti ci sono immagini più cinematografiche dal sapore neorealista, dove mi sono molto ispirato al cinema d’autore, ai grandi registi italiani… Da Fellini a Leone.

E’ accaduto, e si ripeterà durante il vernissage della tua mostra ‘Q’, che tuo padre Maurizio si ‘presti’ ad introdurre il tuo lavoro. Come figlio d’arte, quali sono state le difficoltà e quali i vantaggi del vivere in un contesto familiare di questo tipo?

Sicuramente essere figlio di Maurizio ha i suoi pro e i suoi contro, di buono sicuramente c’è tutto il mio background culturale fotografico: ho avuto la fortuna di crescere respirando fotografia e arte, diverse persone vicine a mio padre che credono in me, mi hanno dato delle opportunità per far conoscere il mio  lavoro, ma solo dopo avermi considerato all’altezza. Credo che la fotografia non sia bugiarda, in quanto o è buona o no: quindi eventuali favoritismi hanno le gambe corte, a mio avviso. Sicuramente molte persone hanno pregiudizi nei miei confronti, mi considerano un ‘paraculato’ senza nemmeno aver visto il mio lavoro, ma la mia risposta è sempre la stessa: tutto quello che faccio me lo sudo, mantengo me e la mia famiglia in totale autonomia e il rapporto tra me e Maurizio è quello normale tra un padre e un figlio. Parliamo di mille cose, ma quasi mai della mia fotografia perché entrambi siamo convinti che ognuno debba fare la propria strada. Aggiungo che a un complimento preferisce una critica, ma per me è giusto così: la fotografia per noi è una religione e come tale va rispettata in ogni sua forma.

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Sul sito ufficiale di Giorgio Galimberti, la sua serie Q viene descritta così:

Raramente, o addirittura mai, i fotografi esperti, siano professionisti o non professionisti, si cimentano con luoghi, situazioni ed elementi per se stessi fotogenici. Questi soggetti, apparentemente avvicinabili, sono pericolosi, se non già infidi. Facciamo un esempio: una “bella” fotografia di un “bel” fiore (esplosione di Natura) è – appunto – “bella” in quanto rappresentazione fotografica della natura, oppure è solo la “bellezza” della natura che dà senso e dimensione alla fotografia?
Al giorno d’oggi, con una forte sollecitazione da parte di Leica, che concentra la propria interpretazione fotografica a quell’andare leggeri e lievi, per strada, lasciandosi emozionare da accadimenti quotidiani, ancorché ripetuti, in conformazione ai princìpi inviolabili della street photography, è inevitabile distinguere la bellezza dello svolgimento della vita con l’efficacia del suo racconto per immagini. Tra gli interpreti di questo vagabondare senza meta apparente, ma con l’animo sintonizzato, Giorgio Galimberti è capace di distinguere, in fotografia, l’essere “fotografia” dall’apparire “fotografia”. Ci vuole una sostanziosa dote di coraggio, audacia e temerarietà per fotografare lungo la strada, dove si rischia di cadere in pericolosi tranelli di maniera. Quindi, ancor prima di vedere le fotografie di Giorgio Galimberti, riunite nella selezione fotografica Q (titolo esplicito, quanto mai mirato e significativo – fate voi! -), all’autore sia subito assegnato un riconoscimento di valore per la forza morale con la quale si è messo clamorosamente in discussione, affrontando appunto i pericoli e le insidie dell’apparente fotogenia.
Poi, entrando nello specifico, seguendo il ritmo narrativo allestito e proposto dall’autore, ogni eventuale pregiudizio cade e si dissolve. Autenticamente, Giorgio Galimberti prende per mano l’osservatore e lo accompagna, come è promesso, in una street photography assolutamente coinvolgente. Nessuna fotografia visualizza l’apparenza dei soggetti – necessari, ma non sufficienti -, sulla cui ovvietà l’autore ha costruito l’edificio della propria fotogenia. Tutte le fotografie, ognuna per sé e nel proprio insieme, scavano oltre l’ovvio e approfondiscono oltre la facciata. In aggiunta alle proprie capacità e doti fotografiche, indispensabili per trasformare la semplice raffigurazione in rappresentazione, Giorgio Galimberti rivela un approccio e una mediazione visiva declinati con amore, partecipazione e coinvolgimento.
Situazioni e accadimenti sono inquadrati e composti nel completo e assoluto rispetto dei soggetti, oltre che nella concentrata intenzione di raccontare, condividendo con altri le proprie emozioni. Le strade di Giorgio Galimberti sono effettivamente tali, appunto strade, in una sequenza che è autenticamente fotografica, oltre il tempo e lo spazio. Una dopo l’altra, queste avvincenti e convincenti composizioni raccontano della vita, così come raccontano del suo autore, che l’ha fotografata. Nella tranquillità dell’allestimento in mostra, con ingrandimenti bianconero di eccellente qualità formale (per una buona declinazione del lessico fotografico, anche questo è indispensabile), l’osservatore partecipa a una doppia rappresentazione: quella evidente delle immagini e quella implicita dell’autore.
L’esercizio della fotografia ha un che di magico, e in questa occasione è inevitabile rilevarlo. Da una parte, descrive il mondo, attraverso le sue infinite manifestazioni; dall’altra, rivela affascinanti ed emozionanti personalità d’autore. Da cui, con la scusa/pretesto di svolgere una concentrata street photography, Giorgio Galimberti svela, confessa e manifesta il proprio amore per la vita e la gente. Non c’è indifferenza o distacco in queste immagini, ma partecipazione; non c’è fredda osservazione, ma caldo coinvolgimento; non c’è giudizio, ma comprensione. In queste fotografie, si possono leggere anni-decenni di frequentazioni sociali individuali, di appassionata vita.
È un piacere, oltre che onore, essere stati invitati a questa manifestazione di autentico amore per il prossimo.

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[Al vernissage sarà presente l’autore, Giorgio Galimberti. Presentata da Filippo Rebuzzini, interverranno anche i rispettivi padri di questi, Maurizio Galimberti e Maurizio Rebuzzini, in quello che si prospetterà un tanto interessante quanto avvincente scambio generazionale.]